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10月6日 irish familyMi ricordo quel venti luglio. Io entro nell'enorme cucina, in silenzio. Il mio timido "Good morning", vi siete girati a guardarmi, tutti tranne Katie, che continuava a fissare il suo latte. Non ho retto quegli sguardi e ho abbassato il mio. Non ho mai trovato i miei piedi così attraenti. Ho preso la colazione, le mani mi tremavano. Sapevamo tutti che sarebbe stata molto probabilmente, l'ultima volta che ci saremo visti. Guardavo il latte, quel liquido con i cereali che avevate comprato solo per me. Ho preso una cucchiata e improvvisamente i cereali che mangiavo da sempre stavano diventando cemento, non riuscivo a masticare. Michael cercava di far sorridere tutti e ci riusciva. Però io pensavo che era un addio, di lì a poche ore io avrei preso l'aereo e l'Irlanda, Westport, tutti voi, Peppy compreso, sareste stati lontanissimi, migliaia di chilometri. E io per raggiungervi non avrei più dovuto fare tre metri ma migliaia di metri. Annette, la madre, mi guardava come se fossi una bomba a orologeria, pronta a scoppiare. Appena finii di ingollare a cucchiaiate enormi il latte, sono corsa in camera mia, la mia enorme camera che l'anno prima mi aveva sconvolta per il letto matrmoniale e gli otto cuscini e il mio bagno personale, era diventato un po' il mio regno. Ho sistemato le ultime cose, ho accuratamente evitato di guardare le mie valigie. Se quando avevo comprato quella valigia, mi era sembrata tanto bella, ora la volevo bruciare. Volevo rimanere lì. Cosa avevo in Italia che lì non avevo? Certi amici e certi nemici, punto. Io volevo la mia famiglia irlandese. Misi la lettera che la sera prima avevo scritto sul comodino accanto allo stereo, indossai la mia felpa dei My Chem e uscii. Appena uscii, incontrai Michael, che per una volta non faceva l'idiota. Mi faceva male al cuore vederlo così. Mickey è difficile da commuovere. Eppure era triste. In questi due anni che ero venuta, ho instaurato un rapporto M E R A V I G L I O S O con la famiglia ospitante. Eravamo in sintonia, non mi negavano quasi niente. Erano diventati nel vero senso della parola i miei genitori. Si preoccupavano per me, se volevo qualcosa da mangiare me la facevano ( ad esempio l'ultima sera mi avevano cucinato pizza su richiesta), se avevo problemi coi compiti che ci davano a scuola mi aiutavano, sia padre e madre che i miei fratelli, mi erano vicini. Annette si confidava con me, mi parlava della sua famiglia, se non capivo qualcosa me lo spiegava, non si scocciava se il mio inglese non era come il suo, mi insegnava. Paul ci portava a fare dei giri, ci spiegava il suo lavoro (che io poi dovevo tradurre ad Antonio, lo spagnolo che capiva molto...................poco). Michael mi faceva usare la playstation o l'x-box di Darren a suo rischio e pericolo visto che ho i comandi un po' sfasati, mi faceva giocare col suo nick e gli perdevo sempre, mi abbassava lo schienale della poltrona, non voleva che gli facessi il solletico, ma puntualmente glielo facevo, anche se non aveva voglia, mi accompagnava a casa della Foffa, rideva sempre con quei denti enormi e strani e quell'apparecchio. Katie, beh è KT. Non c'è altro da dire. La mia sorellina.
Uscii di casa con valigia al seguito, stretta nella mia felpa adorata. Ho abbracciato tutti. Annette mi disse Don't cry. Salii nella macchina di Kieran (uno dei presidi). Sentivo gli occhi inumidirsi sempre di più. Katie salì dietro e si sedette accanto a me. Non osavamo guardarci in faccia. Michael era seduto davanti e si girava a volte e guardava in faccia me e Antonio.
Poi i momenti dei saluti. Ho sussurrato a Katie don't cry, ma glielo stavo dicendo con gli occhi umidi e la voce tremante. Io e la Foffa abbiamo pianto per quasi tutto il viaggio in corriera fino a Dublino.
S a p e v a m o c h e e r a u n a d d i o . . . 评论 (3)
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